Nel corso del XX secolo, il confine orientale italiano è stato teatro di drammatiche vicende che hanno segnato profondamente la memoria collettiva del popolo italiano. Tra queste è doveroso ricordare la tragedia delle foibe, l’esodo Giuliano-Dalmata e la strage di Vergarolla.

Foibe: un massacro silenzioso
Quando si parla di eccidi delle foibe ci si riferisce a una serie di eventi tragici che coinvolsero soprattutto le popolazioni italiane delle terre giuliano-dalmate durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando il territorio fu annesso al neocostituito stato socialista della Jugoslavia. La violenza, in particolare quella perpetrata dai partigiani jugoslavi, si tradusse in uccisioni di massa, in molti casi compiute mediante l’uso delle “foibe” (grotte e cavità carsiche): le vittime venivano condotte sull’orlo di queste cavità naturali, generalmente con le mani legate con filo di ferro. I condannati venivano poi fucilati in gruppo, spesso legati tra loro con una corda: i primi colpiti trascinavano con sé gli altri nel baratro, spesso ancora vivi, condannandoli a una morte lenta e atroce. In molti casi, le esecuzioni avvenivano di notte, lontano da occhi indiscreti, e i corpi scomparivano nelle profondità delle foibe, rendendo difficoltoso il recupero e l’identificazione delle vittime.
Le stime sulle vittime italiane delle foibe variano a causa delle difficoltà di rilevazione relative alla natura del territorio e delle cavità carsiche, ma si parla generalmente di un numero che potrebbe superare i 10.000 morti. L’odio etnico alimentato dalla propaganda del regime jugoslavo mirava a “ripulire” il territorio da una presunta presenza fascista. La tragedia delle foibe non fu solo un atto di vendetta politica, ma anche una risposta alla percezione della minoranza italiana come potenziale alleata del regime fascista e nemica del nuovo ordine socialista.
L’Esodo Giuliano-Dalmata: una fuga dalla violenza
Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale e la firma del Trattato di Pace di Parigi (1947), il confine orientale italiano venne rimaneggiato, con la cessione alla Jugoslavia di Istria, Dalmazia e altre terre abitate prevalentemente da italiani. Questo portò a un esodo massiccio delle popolazioni italiane, stimate tra 250.000 e 350.000 persone, che dovettero abbandonare le loro case in fuga dalla violenza e dalle vendette dei partigiani jugoslavi.
L’esodo fu un processo doloroso e traumatico, che si tradusse in difficoltà economiche e sociali per migliaia di famiglie costrette a ricostruire la propria vita in Italia, soprattutto in Veneto, Friuli Venezia Giulia e Lombardia, vedendosi spesso trattati come stranieri tutt’altro che benvenuti e rinchiusi per anni in campi profughi, dove persero la vita anche dei bambini. La tragedia dell’esodo Giuliano-Dalmata non è stata, per molti anni, adeguatamente riconosciuta nella memoria pubblica italiana, ma negli ultimi decenni è diventata oggetto di riflessione e approfondimento.

La strage di Vergarolla: un atto di terrorismo e vendetta
La strage di Vergarolla, avvenuta il 18 agosto 1946 a Vergarolla (oggi parte di Pola, in Croazia), si inserisce nel contesto delle tensioni etniche e politiche che caratterizzavano il confine orientale. 28 bombe antisbarco esplosero nel quartiere italiano di Vergarolla, provocando la morte di oltre 100 persone, per la maggior parte civili. La responsabilità dell’attentato fu attribuita a gruppi di partigiani jugoslavi che cercavano di colpire la popolazione italiana.
La strage di Vergarolla è stata interpretata da alcuni storici come un tentativo di consolidare il controllo jugoslavo sulla regione e di spingere ulteriormente gli italiani all’esodo. Come riportato in “Storia di un gatto profugo”, P. Tarticchio, Cologno Monzese 2006: «In una soleggiata giornata estiva avvenne un atto terroristico mai rivendicato. Durante una manifestazione nautica di stampo patriottico nove tonnellate di tritolo contenute in mine subacquee, disinnescate da tre squadre di artificieri, per effetto di una mano criminale che le riarmò, detonarono in devastante esplosione. Morirono 110 persone, giovani e bambini (…). Fu per gli istriani un chiaro segnale: andate via!»
Tutte e tre queste tragedie sono connesse dall’instabilità politica e sociale del confine orientale italiano alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Le foibe sono state il simbolo della violenza di un conflitto che non conosceva confini, l’esodo Giuliano-Dalmata la testimonianza di una comunità costretta a fuggire, mentre la strage di Vergarolla è l’espressione di una guerra che continuava a mietere vittime anche dopo la fine ufficiale del conflitto.
Il ricordo delle vittime delle foibe e dell’esodo Giuliano-Dalmata è oggi una ricorrenza ufficiale dello Stato italiano, istituita dalla legge 30 marzo 2004, n. 92. Questa legge riconosce il 10 febbraio come “Giorno del ricordo”.
Intervista a Maurizio Federici, Associazione 10 Febbraio
Serena Anselmi: La strage di Vergarolla del 18 agosto 1946 è uno degli episodi più tragici e meno conosciuti della nostra storia recente. Come valuta l’importanza di questo evento nella memoria collettiva italiana?
Maurizio Federici: La memoria collettiva su questo evento praticamente non esiste. È stato volutamente dimenticato, come le foibe. Pola, nel 1946, era ancora un’enclave italiana sotto amministrazione alleata, eppure questa strage, che costò la vita a oltre 100 persone, tra cui molti bambini, non viene ricordata.
Serena Anselmi: Cosa rappresenta la strage di Vergarolla per gli esuli Giuliano-Dalmati e in che modo influisce sulla loro identità e sul loro ricordo della Seconda guerra mondiale?
Maurizio Federici: Vergarolla è strettamente legata all’esodo e alle foibe. L’attentato spinse molti italiani a fuggire da una città che sembrava destinata a restare italiana. Ma il disegno jugoslavo era chiaro: impossessarsi della regione e spingere via la popolazione italiana, attraverso il terrore e la repressione.
Serena Anselmi: Molti dei responsabili della strage di Vergarolla non sono mai stati identificati. Qual è la posizione dell’associazione sulla necessità di giustizia e verità su questo crimine?
Maurizio Federici: La giustizia terrena ormai è impossibile, ma una giustizia storica è necessaria. Bisogna riconoscere la responsabilità di questo crimine e non permettere che venga sepolto dall’oblio.
Serena Anselmi: Cosa si potrebbe fare per evitare che tragedie come la strage di Vergarolla vengano dimenticate? Crede che le istituzioni dovrebbero impegnarsi di più?
Maurizio Federici: Assolutamente sì. Serve maggiore impegno nelle scuole, nelle commemorazioni ufficiali e nei media per restituire dignità a queste vittime e far conoscere la verità storica.
Serena A. IV DC